Femminicidio: il silenzio delle donne

Carissimi amici pubblico sul mio blog un bellissimo articolo della psicoterapeuta Antonia Murgo che reputo molto dettagliato e ben coerente con lo spirito con cui dovremmo confrontarci. Non è un articolo per le donne ma dalle donne agli uomini. Una denuncia semplice deiretta, schietta. Buona lettura. Stefano Cobello

Art 3 della Costituzione:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Le parole ”Tutti i cittadini… sono uguali davanti alla legge,senza distinzioni di sesso”,le si devono a Teresa Noce Longo una delle 21 donne dell’Assemblea costituente.

Le donne Costituenti erano un piccolo drappello di 21 su più di 500 componenti dell’Assemblea, ma da allora non è cambiato molto, la rappresentanza femminile all’interno delle istituzioni non è aumentata in rapporto al tempo trascorso. Siamo ancora lontani, non solo dalla democrazia paritaria, ma neppure da una presenza dignitosa delle donne nelle istituzioni, nei luoghi politici, dove si assumono le decisioni. La nostra democrazia appare ancora molto maschile. Le proposte di legge presentate o annunciate, la raccolta di firme su una proposta di iniziativa popolare perché ogni genere sia rappresentato in modo paritario, indica che si comincia ad avvertire, nell’opinione pubblica, la necessità di porre rimedio ad una situazione che colloca il Parlamento italiano,secondo le statistiche dell’Unione Interparlamentare,al 75° posto nella graduatoria mondiale. Alle donne nel corso della storia non è stato regalato niente, anche il diritto al voto non è stata una graziosa concessione o il riconoscimento naturale di un loro diritto è stato dato con una motivazione che riconosceva loro il prezioso e centrale compito svolto durante la guerra, come si legge da un resoconto di una delle 21 donne della Costituente,Gallico Spano Nadia. Ecco nel suo ricordo l’esercizio del diritto di voto delle donne: «Il voto alle donne in Italia da parte dei partiti fu un riconoscimento unanime in forza dei meriti acquisiti durante la guerra, cioè l’aver retto l’intelaiatura della società in anni in cui gli uomini erano assenti. Noi donne abbiamo accettato questa impostazione, anche se avremmo dovuto affermare invece il principio del diritto naturale. Tutta la propaganda elettorale per l’assemblea costituente e per il referendum si rivolgeva alle donne che dovevano votare per il prigioniero o per il bambino, per la saggezza amministrativa, cioè sempre per gli altri. Nessun richiamo, mai, era al diritto per sé.

Anche il delitto d’onore e il matrimonio riparatore dovranno aspettare il coraggio e la determinazione di una donna o è meglio dire di una bambina affinché possano uscire dal codice civile come argomenti che legittimano di fatto la violenza su donne,fidanzate,mogli, e si dovrà attendere il 1981 per vedere abrogato l’articolo 544.

Franca Viola fu la prima donna a rifiutarsi alle “nozze riparatrici”. All’epoca dei fatti il 1965 era una ragazzina di 17 anni,viveva con la sua famiglia ad Alcamo, venne rapita e violentata. Allora la legislazione italiana, con l’articolo 544 del codice penale, ammetteva la possibilità di estinguere il reato di violenza carnale, anche ai danni di una minorenne, qualora fosse stato seguito dal cosiddetto “matrimonio riparatore“, contratto tra l’accusato e la persona offesa; la violenza sessuale era considerata oltraggio alla morale e non reato contro la persona. Franca Viola si rifiutò di sposare il suo aggressore e la notizia del suo rifiuto fece tanto scalpore da imporre una riflessione sull’abrogazione dell’articolo 544 del codice penale.

Ma dovranno passare ancora sedici anni prima dell’effettiva abrogazione della norma inutilmente invocata a propria discolpa dall’aggressore: l’articolo 544 del codice penale sarà abrogato dall’articolo 1 della legge 442, emanata il 5 agosto 1981, che abolisce la facoltà di cancellare una violenza sessuale tramite un successivo matrimonio. E si deve aspettare il 1996 perché lo stupro sia legalmente riconosciuto in Italia non più come un reato “contro la morale”, bensì “contro la persona”.

Se ci soffermiamo un momento sull’articolo 544 non si può non pensare a quanto sia perversa e crudele una legge che espone “legalmente” una vittima per tutta la sua vita ad un aggressore, e tuteli di fatto lo stupratore in modo che non debba rispondere del suo reato. Chi è riuscito a concepire una legge si fatta era figlio di una cultura sadica e inumana contro le donne. Ma quella cultura non ha fatto molti passi avanti se per esempio solo nel 2009 lo stalking viene riconosciuto come atto persecutorio e entra a far parte dei reati contro la persona ma per giungere finalmente alla definizione di reato molte donne dovranno morire. Gli esempi sopra riportati sono solo due dei tanti casi di donne che con il loro coraggio e la forza morale hanno cercato di cambiare l’ingiustizia della loro situazione.

La storia fatta dagli uomini, quando si è trattato di donne, le ha sempre condannate all’oblio.

Per millenni la donna ha dovuto subire la spoliazione di ogni diritto e di ogni visibilità sociale. Una donna non poteva fare testamento, dedicarsi alle arti e alle professioni, non poteva studiare, non poteva entrare in politica o assumere cariche sociali, ancora oggi subiamo il retaggio di queste leggi arcaiche, per esempio, nell’obbligo di attribuire al proprio figlio il cognome del padre. Fra l’altro l’Italia sta ancora discutendo sull’opportunità di cambiare questa legge che in altri paesi è stata già modificata. Un immane processo storico di emarginazione, di rimozione delle espressioni femminili di autonomia in tutti i campi. Dice Marina Valcarenghi (L’aggressività femminile) “Davvero non sono stati uno scherzo questi millenni. Come avrebbe potuto affermarsi un modo così radicale e per così tanto tempo una completa subordinazione di una metà del genere umano senza uno stato di necessità”. Le donne sono diventate “deboli” per la scelta della Storia (che è Storia dell’uomo) che poteva solo accogliere gesta di eroi maschili e si sono lasciate deprivare di ogni diritto introiettando l’idea di essere inferiori e di valere poco (non a caso, oggi, si parla ancora di “pari opportunità” senza gradi impegni collettivi in tal senso). Come direbbe Simon Weil, la donna é nel conto (del mondo) senza contare. Secondo un rapporto dell’ UNIFEM il fondo ONU per lo sviluppo delle donne,”la violenza sulle donne nel mondo, è la forma più pervasiva di Violazione dei diritti Umani conosciuta oggi che devasta vite disgrega comunità e ostacola lo sviluppo.

Le donne non chiediamo la parità.

La parità è un nostro diritto naturale che oltre ad essere sancito dalla costituzione, è nell’ordine morale alla base della struttura portante di una società democratica e civile. La donna non è debole. Chiamare la donna sesso debole è una diffamazione, è un’ingiustizia fatta dall’uomo alla donna. Se per forza si intende la forza bruta, allora la donna è un essere meno brutale dell’uomo. Se per forza si intende potenza morale, allora la donna è incommensurabilmente superiore all’uomo. Non ha essa maggiore intuizione, maggiore prontezza di sacrificio, maggiore capacità di sostenere la sofferenza, maggiore coraggio? Senza essa l’uomo non potrebbe essere. Il futuro è con la donna”. Gandhi

Invece si vedono costrette a fare la conta delle vittime, in questo tempo di barbarie, nel medioevo della ragione ci vediamo costrette a sciorinare numeri e statistiche e dati che non avremmo mai voluto raccogliere e conoscere.

Il termine femminicidio viene introdotto dall’antropologa messicana nel 1993 Marcela Lagarde per comprendere:

« La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale – che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia »

I dati riguardanti le violenze subite dalle donne sono agghiaccianti,soprattutto se riferiti ad una società che si definisce civile. E’ la prima causa di morte tra le donne nel mondo. Mentre gli omicidi sono diminuiti di 2/3 in venti anni il femminicidio resta stabile. In Italia i dati raccolti da un recente sondaggio condotto da Intervita Onlus un’associazione non governativa ( in altri paesi per esempio, l’Inghilterra, un’indagine con gli stessi obiettivi è stata interamente finanziata dal governo), fotografano una realtà che ci posiziona agli ultimi posti tra i paesi più violenti contro le donne.

Una donna ogni tre giorni viene uccisa dal proprio marito o fidanzato e più di un milione di donne hanno subito almeno una volta molestie di varia natura. Se si calcolano gli atti di violenza in totale,si arriva a 14 milioni:26 violenze al minuto subite dalle donne in Italia nel 2012. Nell’inchiesta ”Quanto costa il silenzio?”,  le spese sociali conseguenti al femminicidio sono distinte per categorie. Per far fronte ai disagi derivati dalla violenza sulle donne, sosteniamo  spese sanitarie per 460 milioni di euro, psicologiche  per 158,7 milioni, 44 milioni di euro per farmaci, costi giudiziari  per 235,7 milioni, costi per le spese legali per i servizi sociali dei  Comuni e dei centri antiviolenza. Non sono stati tralasciati neppure  gli effetti dei moltiplicatori economici per la mancata produttività per le donne che subiscono violenza e lasciano il lavoro. A tutto questo si somma la spesa maggiore della sofferenza umana, stimata di 14,3 miliardi di euro. Un dato che è stato quantificato prendendo in considerazione gli impatti personali e familiari conseguenti e il suo calcolo  si basa sui risarcimenti dei danni in caso di incidenti stradali. Anche se non sono incidenti non dobbiamo dimenticare che una vita perduta, in qualsiasi caso, ha un suo valore economico.

I 17 miliardi di euro sono calcolati per difetto. Se pensiamo che l’Italia è un paese dove poche (18%) sono le donne che considerano la violenza subita un reato e pochissime(7%) di loro denunciano  di aver subito maltrattamenti, comprendiamo che la violenza di genere, nella sua dimensione sommersa, si identifica in un fenomeno soprattutto culturale, dove l’abuso subito diventa una specie di colpa inconfessabile. Il silenzio che accompagna la violenza vissuta è il dramma principale e il fattore che incentiva e rigenera il femminicidio. 

Si cerca quindi di mettere a punto uno strumento adeguato che possa rilevare la violenza e renderla visibile. Attraverso la compilazione di un protocollo adeguato di rilevamento si è riusciti a individuare i casi di violenza che prima venivano registrati come “incidente domestico”, un esempio: nel solo pronto soccorso padovano da quando è stato applicato un corretto protocollo di rilevazione dei dati i casi di donne finite al pronto soccorso per violenza subita dal compagno, marito, fidanzato è passato dai 30 casi del 2011 a 700 nel 2013.

C’è ancora molto da fare e servirebbero risorse.

Le associazioni sul territorio che si impegnano per la tutela delle donne vittime di violenza denunciano la grande assenza dello stato e dichiarano di non aver mai ricevuto i sei milioni che lo stato aveva promesso loro, affermano che riescono a sopravvivere solo grazie al lavoro dei volontari. Anche l’indagine condotta da Intervita è un’indagine che nasce per caso,infatti, occupandosi di bambini in difficoltà ha cominciato ad incontrare attraverso i bambini anche le loro madri e a scoprire che dietro un bambino in difficoltà si nascondeva una donna in difficoltà quasi sempre vittima di violenza,così si fa strada l’esigenza di capire ed approfondire una realtà perlopiù sommersa ma che con il passare tempo assume sempre più le caratteristiche di una vera e propria emergenza. Per sensibilizzare l’opinione pubblica, ma soprattutto le forze politiche ad attivarsi affinché si intervenga al più presto, ha pensato di tradurre in costi sociali la violenza affinché il silenzio omertoso di una cultura contro le donne possa iniziare ad interrogarsi ed attivarsi. Facciamo riferimento alla cultura perché da un’ulteriore analisi risulta evidente la stretta relazione tra l’ampiezza del fenomeno della violenza sulle donne e l’impoverimento culturale che stiamo registrando nel nostro paese e anche qui i dati sono allarmanti come a confermare interconnessione tra i due fenomeni. In fatto di cultura, fra tutti i paesi dell’Unione Europea,l’Italia è quella insieme alla Romania, con la percentuale più bassa di laureati: 13,8 % nel 2012. Solo i trenta quarantenni contro una media europea del 30%. Ma gli iscritti all’università continuano a calare. Dal 2003/ 2004 al 2011/2012 c’è stato un calo di 58.800 studenti pari al -17% è quanto emerge da un recente documento del Consiglio Universitario Nazionale,che segnala inoltre che per il 2013 il calo complessivo si annuncia intorno al 20% .Un dato non irrilevante è quello che fa registrare un calo del 27% degli studenti nelle aree umanistiche e del 28,7% nelle aree sociali. La paura di non trovare lavoro spinge i pochi che si iscrivono all’università verso ambiti tecnici,scientifici o sanitari anche se per un paese che vede svuotarsi le aule di area umanistica certamente non è un bel segnale. Complessivamente il 71% degli italiani si trova sotto il livello di comprensione di un testo scritto di media lunghezza, il 5% è totalmente incapace di decifrare lettere e numeri e il 33% appena in grado di leggere e scrivere. In Italia non si investe nella cultura, nella scolarizzazione e nell’ educazione permanente degli adulti da decenni con il risultato di avere di fronte, un italiano medio,fragile e manipolabile. Eppure l’industria culturale italiana intesa in beni culturali, oggi fattura 75 miliardi di euro e crea un indotto enorme. Con la cultura non si mangia! Affermò un uomo politico che di cultura non ne sapeva niente. La cultura è fattore di identità e coesione sociale,e proprio per questo nel lungo periodo,contribuisce a rendere un paese più combattivo anche economicamente. I tagli alla scuola pubblica, la mancanza di investimenti nella cultura e la violenza contro le donne ci procurano un danno sociale ed economico enorme. Per fermare la violenza contro le donne,la disuguaglianza e la discriminazione delle quali sono vittime è necessario intervenire quindi su un piano che coinvolga anche gli aspetti culturali della società nella quale viviamo e riconsideri i modelli educativi. Perché sia data alle donne l’opportunità di vivere da cittadine libere in una società in grado di garantire sicurezza, rispetto dei diritti e sappia restituire loro quella parità ancora molto lontana dall’essere realizzata, investire nella cultura rappresenta un’irrinunciabile punto di partenza. Concludo dicendo, giunti a questo punto, è importante che ognuno di noi si interroghi se possa ritenere ancora accettabile che una madre, una sorella, una figlia, possano subire violenza, maltrattamenti e discriminazioni in quanto donne. Ma dobbiamo chiederci anche e soprattutto, giunti a questo punto, se ognuno di noi possa ritenere ancora accettabile che un padre, un fratello, un marito, un figlio, possano essere degli stupratori e violentatori. Perché la violenza contro la donna è il prodotto di una cultura che la nutre e la ospita coltivandola nelle coscienze di tutti.

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