Oggi vorrei parlarvi di libertà e di sostentamento.

Quando si accosta il concetto di “lavoro” a quello di “schiavitù moderna”, non ci si riferisce necessariamente alla coercizione fisica brutalizzata del passato (anche se fenomeni come il caporalato ne sono purtroppo l’eredità diretta), ma piuttosto a forme sottili, strutturali ed economiche di dipendenza.

Ecco come si articola questo dibattito nella critica sociale ed economica contemporanea:

La “Schiavitù Salariale” (Wage Slavery)

È un concetto nato già con la prima Rivoluzione Industriale e ripreso da pensatori come Karl Marx, ma tornato di estrema attualità.

  • Il meccanismo: Se l’unica scelta per sopravvivere (pagare l’affitto, mangiare, curarsi) è vendere il proprio tempo e la propria forza lavoro, la scelta è solo un’illusione.
  • La differenza con il passato: Lo schiavo tradizionale apparteneva a un singolo padrone che doveva comunque nutrirlo e alloggiarlo; il lavoratore salariato moderno “appartiene” alla classe dei datori di lavoro ed è responsabile della propria sopravvivenza. Se perde il lavoro o si ammala, il costo sociale ed economico ricade interamente su di lui.

Il ricatto della sussistenza e i Working Poor

Un tempo il lavoro era lo strumento per emanciparsi ed entrare nella classe media. Oggi assistiamo al fenomeno dei poveri che lavorano che sono oltre il 33% della popolazione europea:

  • Stipendi che non coprono il costo della vita, contratti pirata o a zero ore, e la costante minaccia dell’inflazione o dei rincari abitativi.
  • Quando il 100% dello stipendio serve solo a coprire le spese primarie del mese corrente, il lavoratore si trova in un loop di sopravvivenza: non può permettersi di scioperare, di prendersi una pausa per riqualificarsi o di licenziarsi per cercare di meglio.

L’algoritmo e la gig economy (L’Iper-Alienazione)

Nelle nuove forme di lavoro digitale (rider, driver, lavoratori delle piattaforme e dei magazzini automatizzati):

  • La figura umana del datore di lavoro scompare, sostituita da algoritmi che misurano i tempi al secondo.
  • I diritti storici (ferie, malattia, maternità, TFR) vengono smontati e rietichettati come “flessibilità”. Il lavoratore diventa un “micro-imprenditore di se stesso”, assumendosi tutti i rischi d’impresa senza averne i benefici.

La colonizzazione del tempo e della mente

La schiavitù moderna non recinta solo i corpi, ma si appropria del tempo e della psiche:

  • Hyper-reperibilità: Notifiche, e-mail e messaggi di lavoro fuori dall’orario lavorativo creano uno stato di allerta costante.
  • Alienazione culturale: La narrazione dominante del “lavora duro e ce la farai” (il mito della meritocrazia spinta) porta le persone ad autocolpevolizzarsi se falliscono o se si stancano, trasformando l’accumulo di stress e il burnout in medaglie al valore anziché in segnali di sofferenza.

La pensione inesistente

Obbligare le persone a lavorare fino all’ultimo giorno di vita per sopravvivere. Cosa già da decenni in atto negli USA ed ora anche in Europa.

“Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo.”

J.W. Goethe

Quali sono le vie d’uscita auspicate?

I movimenti critici verso questo modello sostengono che per spezzare questa catena servano riforme strutturali radicali:

  1. Reddito di Base Incondizionato (UBI): Dare a ogni persona una base economica certa disinnesca il ricatto della fame e restituisce al lavoratore il potere di dire “no” a lavori sfiancanti o sottopagati.
  2. Riduzione dell’orario di lavoro: Passare alla settimana di 4 giorni a parità di salario per redistribuire il lavoro e restituire il tempo di vita.
  3. Welfare forte e beni pubblici: Casa, sanità, istruzione e trasporti pubblici gratuiti o calmierati riducono la necessità imperativa di monetizzare ogni singola ora della propria esistenza.
  4. Patrimoniale sui capitali in banca delle persone più ricche
  5. ritornare ad una indipendenza valutaria per poter finanziare senza debito il welfare del paese
  6. Creare sistemi indipendenti per lo scambio e la condivisione di beni e ricchezza
  7. Ridurre i consumi e tornare ad un modello di vita lento, sano e dignitoso

Uno Stato che non sa prendersi cura dei suo cittadini non merita la loro cittadinanza. Non si può mettere il profitto prima della salute, della scuola, e del benessere delle persone. IN Italia ci sono oltre oltre 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta, pari all’8,4% di tutte le famiglie residenti. In termini individuali, questo dato coinvolge circa 5,7 milioni di persone (il 9,8% della popolazione).


Scopri di più da Stefano Cobello

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi